Dagli Stati Uniti un vento da paura

Il vento che viene dall’America annuncia tempi brutti. Ma i venti, per quanto forti, passano.
Un articolo di Sergio Troiano.
Non è una brezza leggera, non è un cambiamento fisiologico della stagione politica. È qualcosa di più profondo e pericoloso. Non arriva all’improvviso. Si è infiltrato negli anni, finché molti si sono accorti di vivere in un clima completamente diverso da quello di prima.
Il Democracy Report dell’Università di Göteborg, in Svezia, registra dal 2016 un’inversione di tendenza globale: per la prima volta da decenni, i Paesi che adottano regimi autocratici superano quelli che si democratizzano. Non è una percezione. È una misura.
Donald Trump non ha inventato questo vento. Lo ha imbottigliato e venduto.
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Non è più la vecchia questione di destra e sinistra. È una mutazione più profonda: la delegittimazione sistematica delle istituzioni, la narrazione di un complotto permanente, di oscuri “nemici” interni, l’idea che chi perde non è sconfitto ma “derubato”. È l’erosione lenta della fiducia, il cemento invisibile di ogni democrazia.
Il vento americano non si è fermato all’Atlantico. Ha attraversato l’oceano e ha trovato un’Europa incerta, divisa, spesso paralizzata.
Lo vediamo in Ungheria, dove Orbán ha trasformato le istituzioni in feudi personali. Lo vediamo nell’ascesa di partiti in Olanda, Francia o Germania, che normalizzano discorsi un tempo inaccettabili.
Non riguarda singoli Paesi. Porta un cambiamento di clima politico che non ha frontiere.
In tutto il mondo occidentale le liberal-democrazie hanno prodotto prosperità diffusa per decenni, poi hanno smesso. Hanno promesso meritocrazia e prodotto disuguaglianze estreme. Hanno chiesto sacrifici in nome di regole globali che si sono rivelate vantaggiose per pochi. Chi oggi vota per leader illiberali non è necessariamente irrazionale: sta scegliendo, spesso lucidamente, di punire un sistema che lo ha deluso. Il problema è che la punizione rischia di distruggere anche gli strumenti con cui potrebbe ottenere giustizia. È la trappola più insidiosa di questa stagione politica: usare la democrazia per smontarla.
La società civile reagisce — le piazze si riempiono, i movimenti per i diritti si mobilitano. È un segnale importante, ma non sufficiente. La resistenza emotiva non basta se non si accompagna a una risposta politica concreta, a un progetto capace di aggredire le cause e non solo i sintomi.
E qui sta il nodo. Quale progetto? Deve essere un progetto capace di ripoliticizzare l’economia: smettere di considerare il mercato come un fine e ripensarlo come strumento al servizio delle persone. Significa un New Deal europeo credibile per ridurre le disuguaglianze e restituire prospettive alle persone e ai territori lasciati indietro. Significa, infine, smettere di inseguire i populisti e avere il coraggio di riaffermare il valore delle istituzioni, spiegando perché sono beni preziosi.
Il vento fa paura. Ma i venti, per quanto forti, passano. Ciò che resta dipende dalla solidità delle fondamenta e dalla volontà di ricostruire dove si sono sgretolate. Non per nostalgia di un passato migliore. Ma con la consapevolezza che la democrazia non è un’eredità da custodire: è un cantiere permanente. Dove, prima che sia troppo tardi, i democratici, per tener fede al loro nome, devono tornare a lavorare insieme, seriamente, con coraggio e lungimiranza. Perché se si limitano a contemplare il temporale, tra non molto potrebbero svegliarsi sotto un uragano.
Autore dell’articolo: Sergio Troiano
Foto: Abi Ismail. Parigi sotto la pioggia e il vento

