Tra Enzo Mari, wabi-sabi e visible mending: il fascino di ciò che resta aperto, trasformabile, umano

Immagina di comprare una sedia o un qualunque altro oggetto e scoprire che non è perfettamente rifinito, le giunture sono a vista, il design ti invita quasi a completarla. In un mondo in cui tutto è ormai super definito e rifinito, ci si sorprende sempre di più ciò che appare volutamente incompleto. L’estetica dell’incompleto è una scelta consapevole, assolutamente non un errore: lascia spazio all’utente, alla trasformazione e al tempo. Questo è un modo diverso di concepire l’oggetto: non come qualcosa da consumare, ma qualcosa da vivere, modificare, prolungare.

Negli anni ‘70, Enzo Mari propose una delle visioni più radicali e semplici di questo approccio con il progetto Autoprogettazione. Si trattava di mobili da costruire in autonomia con materiali grezzi e con pochi strumenti. Il design non era imposto, ma lasciava margine all’interpretazione, all’errore. Mari non cercava l’oggetto perfetto, ma un processo educativo e partecipativo. Questo progetto, oggi ancora attualissimo, suggeriva che l’incompleto potesse essere non solo bello, ma anche liberatorio. Un modo per rendere il design più accessibile e meno consumistico. Il concetto si è evoluto in molte direzioni, diventando anche una strategia di sostenibilità.

L’incompleto non è solo un’estetica, ma anche un modo per alleggerire la produzione, facilitare la riparazione, prolungare la vita degli oggetti. Un esempio emblematico è il progetto OpenStructures, una piattaforma dove ogni componente è pensato per essere smontabile, riconfigurabile, ricombinabile. Qui il design è modulare, aperto, condiviso. L’oggetto non è mai davvero finito, ma può essere continuamente aggiornato, adattato, trasformato.

Un’altra fonte teorica importante è il pensiero giapponese del wabi-sabi. Un’estetica che trova la bellezza nell’imperfezione, nella transitorietà e nell’incompiuto. Il wabi-sabi ci insegna che il valore di un oggetto può risiedere proprio nei suoi difetti, nella patina del tempo, nelle rotture riparate. Una visione profondamente ecologica e affettiva del design: nulla si butta, tutto si trasforma, anche grazie all’usura, che diventa memoria.

Anche nel mondo della moda esiste un parallelo potente: il visible mending, o rammendo visibile. Invece di nascondere una toppa o una cucitura, la si evidenzia con colori, trame o fili decorativi. Un modo alternativo per dare valore all’imperfezione e alla storia dell’indumento. In un’epoca dominata dal fast fashion, questa pratica è un gesto poetico e resistente. Secondo No Kill Mag:

Ogni riparazione racconta una storia, diventa un atto creativo, un piccolo manifesto contro l’usa e getta.

Forse il motivo per cui l’incompleto ci attrae così tanto è che, in fondo, un po’, ci assomiglia. Anche noi non siamo mai davvero finiti, cambiamo continuamente, ci modifichiamo con il tempo, portiamo addosso segni, cicatrici, storie. E quando un oggetto non si mostra come perfetto, ma come aperto al cambiamento, ci parla un linguaggio più umano. Non pretende di essere eterno, ma autentico. In un mondo dove tutto sembra progettato per essere definitivo, uguale, replicabile, scegliere qualcosa di incompleto è come prendersi uno spazio di libertà. Forse, allora la cosa più rivoluzionaria che può fare il design non è offrirci un oggetto impeccabile, ma qualcosa che possiamo finire noi, a modo nostro.

Foto: Installazione al neon di Nanda Vigo per la Triennale di Milano.. Omaggio al puzzle di animali ideato da Enzo Mari per Danese. Fonte: TriennaleMilano.org

 

 

 

FONTI: https://makezine.com/article/home/forniture/enzo-maris-autoprogettazione/

https://ipsiarenzofrau.edu.it/il-concetto-di-autoprogettazione-di-enzo-mari-nella-scuola-classe-3-aag-arredo/

https://www.openstructures.net

https://it.wikipedia.org/wiki/Wabi-sabi

 

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