Censura sulla guerra nei Paesi del Golfo. “Ci stanno bombardando?”

Sui media solo notizie ufficiali per tutelare l’immagine di “oasi di pace”
La traduzione di un articolo pubblicato da Daraj, sito di notizie fondato nel 2017 a Beirut. La sua redazione è composta da giornalisti professionisti provenienti dal Libano e da altri paesi arabi. Molti dei temi trattati sono rari, o addirittura inesistenti, in altri media della regione: inchieste giornalistiche, diritti civili…
“Cosa sta succedendo? Ho sentito che siamo stati bombardati!” È così che i libanesi che vivono nel Golfo chiedono notizie ai loro connazionali in Libano. Perché negli stati arabi del Golfo, le informazioni sulla situazione della guerra si limitano alle comunicazioni ufficiali.
Questi paesi, un tempo considerati oasi di pace, si sono trasformati da un giorno all’altro in zone di guerra, dove le persone ricevono avvisi sui cellulari per l’avvicinarsi di un missile. In questo contesto, il controllo dell’informazione diventa uno strumento cruciale per la gestione delle crisi.
Mentre i media libanesi, occidentali e persino israeliani riportano gli attacchi missilistici e con droni che hanno colpito i paesi del Golfo dall’inizio della guerra, le autorità locali si adoperano per limitare la diffusione di queste informazioni. Non solo cercano di impedire la “rivelazione di siti sensibili”, ma si adoperano anche per contenere i timori al fine di salvaguardare la propria immagine di stabilità, e ribadiscono costantemente la propria estraneità al conflitto.
Gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar e l’Arabia Saudita, che negli ultimi decenni erano diventati centri nevralgici del panorama mediatico mediorientale, stanno ora rafforzando la censura e il controllo dell’informazione.
Il cyberspazio: una sfida nella gestione delle crisi
Negli Emirati Arabi Uniti, la semplice condivisione di informazioni false è punibile per legge, a prescindere dal fatto che si sia la fonte o l’autore. Inviare la foto di un sito web sensibile tramite WhatsApp può comportare un procedimento penale. La polizia di Dubai ritiene che la diffusione di tali informazioni “diffonda paura e ansia nella società e contribuisca a minare la sicurezza e la stabilità”.
Ha quindi chiesto agli emiratini e ai residenti stranieri di attenersi alle fonti ufficiali per informarsi, ricordando loro che la diffusione di “voci, informazioni false o contenuti contrari agli annunci ufficiali, o che mirano a causare allarme o a nuocere alla sicurezza e all’ordine pubblico”, è severamente punita dalla legge, con pene fino alla reclusione e multe di almeno 200.000 dirham [47.000 euro].
In una dichiarazione, il procuratore generale del paese ha anche messo in guardia contro “le riprese, le trasmissioni o la condivisione di immagini e video dei luoghi degli incidenti o dei danni derivanti da colpi balistici o dalla caduta di detriti in determinate aree” [a seguito dell’intercettazione e della distruzione di un missile o di un drone].
Il governo, e in particolare il Ministero della Difesa, sta diffondendo informazioni aggiornate sulla situazione, per spiegare che i rumori delle esplosioni uditi nei cieli del Paese sono il risultato di intercettazioni effettuate dalla difesa antiaerea.
Ha creato una cellula per tenere informata la popolazione sulle notizie e utilizza un sistema di allerta con messaggi bilingue in arabo e inglese, che attiva la vibrazione dei telefoni cellulari ed è accompagnato da un suono acuto.
Account bloccati sui social media
In base a queste leggi, risalenti al 2021, gli Emirati hanno anche bloccato geograficamente diversi account sul social network.
Tra questi resoconti figurano anche quelli del principale canale di notizie della vicina Arabia Saudita, Al-Arabiya, e di altri media stranieri. Ma anche, ad esempio, quelli del professore saudita di studi strategici, Hesham Al-Ghannam [che tuttavia appare regolarmente sui canali sauditi].
Analogamente, in Bahrein, le forze armate vietano di filmare o fotografare siti militari e operazioni di difesa aerea, nonché di diffondere immagini o qualsiasi altra informazione ad essi correlata. Allo stesso modo, in Qatar, il Ministero dell’Interno ha messo in guardia dal filmare o fotografare qualsiasi cosa relativa alla situazione sul campo.
300 arresti in Qatar
Anche in Qatar la diffusione di notizie giudicate false dalle autorità è punibile con una pena detentiva fino a cinque anni e una multa massima di 100.000 riyal (circa 23.000 euro), che può essere superiore in tempo di guerra. Secondo le autorità del Paese, oltre 300 persone sono state arrestate in base a questa legge in relazione agli eventi in corso.
Vietato criticare le forze armate
In Arabia Saudita, il Ministero dell’Interno ha esortato il pubblico a non condividere voci o video di provenienza sconosciuta. Anche filmare o diffondere immagini di incidenti legati alla sicurezza rientra nella categoria di “disturbo dell’ordine pubblico” e di messa in pericolo della sicurezza.
In Kuwait, le autorità hanno annunciato l’arresto di due persone per aver diffuso video che deridevano le forze armate e il sistema di difesa aerea.
Ovunque, la spiegazione fornita dai media ufficiali è che questa limitazione dei canali di informazione mira a evitare di essere coinvolti nella guerra dell’informazione e nella creazione di contenuti da parte dell’intelligenza artificiale volti a fuorviare l’opinione pubblica e a seminare discordia nelle società.
Foto: La prima pagina del giornale Kuwait Times, 10 marzo
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