Le opere d’arte moderna che, se non hai capito, non è colpa tua (2/2)

Redazione da Redazione5 min. tempo di lettura

. ma se non ci hai neanche provato, sì.

Di Fabio Folla.

Qui la prima parte dell’articolo

 

Base del mondo, Piero Manzoni (1961)

 Foto: visitdenmark.it

Il testamento del dadaismo e soprattutto di Duchamp viene assorbito da Piero Manzoni che fa sua la lezione del discusso (allora e oggi) artista francese. Nel voler porsi come esploratore dei confini tra arte e non arte, Manzoni mette in pratica azioni e realizza oggetti destinati a diventare paradigmi della fine di tutte le certezze. Il ‘900 ha visto molte certezze vacillare e crollare. Il suprematismo della razza, l’intoccabilità dello scorrere del tempo, la pretesa di bontà della scienza quando viene messa in mano all’industria bellica. È anche il tempo in cui il confine tra sacro e profano viene pesantemente scosso. Dopo le sue ricerche sull’acromia e sulla linea, Piero Manzoni punta direttamente all’obbiettivo, far crollare il muro che separa il museo o la galleria dalla realtà. Lo fa con oggetti che molti giudicano semplici provocazioni, ma non sono solo questo.

Nell’opera qui esposta, del 1961, arriva al concetto ultimo del suo operato. Se l’artista è colui che sacralizza un oggetto poiché ne ha scelto la forma, il colore, il modo di esporlo allora lui compie la scelta incommensurabile di prendere il mondo intero. Il piedistallo capovolto sostiene l’intero mondo, ne fa un’opera e la dichiara degna di essere venerata come la Gioconda (anche perché essa stessa è contenuta nel mondo). La distanza tra ciò che ha valore, viene guardata con rispetto e viene battuta all’asta e ciò che non ne ha è annullata. Il concetto più vertiginoso possibile, l’invito più coraggioso e radicale, vedere il mondo con altri occhi, con gli occhi estasiati di un artista o di un bambino.

Conseguenze:

  • l’assoluta indistinguibilità tra ciò che arbitrariamente riteniamo valido e ciò che va scartato
  • l’artista non deve necessariamente produrre immagini: può produrre condizioni attraverso cui qualcosa viene percepito come arte.

 

Grande Cretto, Alberto Burri (1984)

Foto: ad-italia.it

Il Grande Cretto di Gibellina è una delle opere più radicali di Alberto Burri perché trasforma una tragedia reale in un’opera di memoria: non ricostruisce una città distrutta, ma congela il suo trauma nel paesaggio.

Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968, un violento terremoto colpì la Valle del Belice, distruggendo numerosi centri abitati, tra cui Gibellina.

La vecchia Gibellina venne abbandonata e ricostruita alcuni chilometri più lontano come Gibellina Nuova. Il sindaco dell’epoca, Ludovico Corrao, volle trasformare il territorio in un grande laboratorio d’arte contemporanea coinvolgendo numerosi artisti. Ad Alberto Burri fu chiesto di intervenire sulle rovine della vecchia città. Burri non volle decorare le macerie né creare un monumento tradizionale. Fece cementificare e rendere così eterne le strutture che furono i vicoli e le forme delle costruzioni. Ne risultò una cicatrice paesaggistica di immenso impatto e una gesto di rispetto e memoria. Così come Guernica di Picasso, la brutalità del lutto è esprimibile con forme e gesti anche violenti ed eclatanti. L’artista non aggiunge un’immagine alla realtà, ma modifica il modo in cui la realtà viene percepita. Nel caso di Burri, la materia non rappresenta la ferita: è la ferita trasformata in paesaggio.

Conseguenze:

  • la bellezza estetica e il gesto significativo sono cose diverse
  • la tragedia ed il lutto sono ferite indelebili e l’arte lo esprime a pieno
  • La realtà e il simbolo coincidono perfettamente

 

Considerazioni

Nessuna di queste opere sarebbe stata giudicata tale nelle accademie pre impressioniste. Il mondo, le sue regole e i suoi punti di riferimento cambiano. Senza disconoscere chi eravamo dobbiamo però ammettere che tecnologia, rapporti sociali, strutture economiche e conoscenze diffuse hanno trasformato la mente e le condizioni di vita sul nostro pianeta. Questo non impedisce di apprezzare i classici, e nemmeno di perseguirli al giorno d’oggi. Per fare solo un esempio esistono artisti come Roberto Ferri (autore del ritratto di Papa Leone XIV) che dipinge con un approccio perfettamente classico. Oggi siamo immersi però anche nel mondo del digitale, nel mondo dell’informazione spinta e manipolatoria, delle trappole ideologiche ma anche nella diffusione estrema di mezzi come la macchina fotografica e internet.

E finiamo parlando di soldi. Se concordiamo sul fatto che l’arte debba essere rappresentazione della nostra società, non possiamo ignorare il fatto che i soldi determinino molti dei rapporti tra persone e tra stati. Oggi come oggi l’arte è anche un ambito di investimento, banche e privati la usano come bene rifugio e in certi casi, quel bene si rivaluta. In certi casi estremi, poi, alcuni artisti vengono adoperati come soggetti di speculazione. Si è vero, ma questo è o no è lo specchio della società in cui viviamo?  Viviamo quindi una speciale contraddizione, vogliamo che l’arte parli di noi, del nostro tempo ma non del fatto che il nostro tempo è fatto di scambi economici. Questo fatto oggettivo non deve però impedirci di intravedere, la dove c’è, il guizzo della poesia che si nasconde tra le pieghe del caos commerciale. Ci riusciamo molto meglio con i film o con certi sport. Siamo capaci di appassionarci ad una partita come fosse una questione di orgoglio nazionale riuscendo a tenere fuori dalla porta tutte le questioni biecamente economiche, commerciali e di scambio di favori che la sottendono. Ci riusciamo anche con certi cantanti. Mentre cantiamo in coro il ritornello di una hit non ci sfiora la mente la bieca macchina discografica che ci sta dietro.

Infine

Prendiamo 4 parole chiave

  • Abilità
  • Mimesi
  • Significato
  • Necessità

Siamo evidentemente passati da un’arte che privilegiava l’abilità e la mimesi (intesa con somiglianza delle cose rappresentato a cose già viste) ad un’arte che privilegia il significato e la necessità del messaggio. In realtà tutte queste cose convivono, ma in pesi diversi. Rimane la libertà personale di sentire più vicino al proprio gusto una o l’altra espressione artistica in un’ottica di rapporto diretto ed istintivo, ma chiedersi ogni tanto perché una cosa è stata fatta in un certo modo fa sempre bene.

  • L’autore, Fabio Folla. Illustratore, grafico e storyteller, nonché insegnante di Storia dell’Arte e Disegno, sperimentatore del web e libero pensatore per immagini. Conduce, presso la Scuola di Arti applicate del Castello Sforzesco di Milano, il Corso di Animazione Digitale, così come, per l’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano, in qualità di Docente Esterno, il Corso di Computer Game per il corso di Nuove tecnologie. Per conto di Enti e Cooperative Sociali, realizza, attraverso il videogioco, esperienze didattiche interattive. Ha partecipato a mostre collettive con opere visive e installazioni animate, gestisce pagine e gruppi social, collabora all’organizzazione di eventi culturali in ambito fumetto ed è presidente dell’Associazione Onlus L’AlberoCasa.

 

Foto di copertina: olfattoquotidiano.it. Jackson Pollock, 1948

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