Le opere d’arte moderna che, se non hai capito, non è colpa tua (1/2)

Redazione da Redazione6 min. tempo di lettura

…. ma se non ci hai neanche provato, sì.

Di Fabio Folla.

La recente notizia a cui ci agganciamo per partire con il nostro ragionamento è questa: “Un grande quadro di Jackson Pollock battuto all’asta per 181.185.000 dollari. L’opera è uno dei primi dipinti astratti della storia dell’arte” (vai all’articolo) ma è solo un pretesto. Lo scopo di questo articolo è generale non particolare. Il sentito comune diverge drammaticamente da quello che è stata l’evoluzione del senso dell’arte nell’ultimo secolo. Purtroppo i percorsi scolastici  non raggiungono lo scopo. Non si può instillare a forza un senso come non si può insegnare ad un cieco a vedere a forza di parole.

 Mi sembra necessario iniziare con delle brevi premesse. In primis, la scelta delle opere è del tutto arbitraria, ma sarebbe davvero strano se non aveste mai sentito parlare di qualcuna di esse. Poi, dovremmo, almeno per adesso, lasciare fuori dalla porta il problema dei soldi. Ne riparleremo alla fine. Liberatici dal valore inteso in senso monetario cerchiamo di capire perché degli artisti abbiano fatto degli oggetti che di per se sembrano fatti per NON essere piacevoli alla vista, gratificanti, carezzevoli in una parola VENDIBILI. Altra cosa importante è accettare che, così come per altre forme di comunicazione, una data opera, per quanto apprezzata dal nostro vicino di casa, può non incontrare il nostro sentito. In altre parole può non piacerci o non dirci nulla. E non c’è nulla di male. Se qualcuno vi ha detto che se non vi piace Picasso siete ignoranti, ha sbagliato. Le opere scelte non sono necessariamente le più famose ma sono quelle che più hanno avuto effetto su di me.

 

Le opere d’arte

Fontana (Fountain), Marcell Duchamp  (1917)

Foto: https://www.aboutartonline.com/

l punto di rottura più radicale del XX secolo.
Un orinatoio industriale firmato “R. Mutt”. L’opera non è l’oggetto, ma l’atto concettuale della scelta. Dopo Duchamp, l’arte non dipende più solo da abilità tecnica o bellezza.

Conseguenze

nasce l’arte concettuale;

il contesto museale diventa parte dell’opera;

l’artista diventa soprattutto un produttore di significato.

L’autore non ha mai rilasciato una spiegazione definitiva, si sono quindi moltiplicate, le interpretazioni e questo fa parte del gioco. Sì perché chi guarda un’opera non è passivo, mai. Anche l’osservatore, come il contesto e l’aura dell’artista, è parte in causa. Cercare di capire cosa ha fatto di questo pezzo un oggetto così citato è il primo passo. Una delle interpretazioni più interessanti che ho letto è legata all’aspetto simbolico. Se concordiamo nel fatto che ribaltare un simbolo come la croce cristiana ne fa un simbolo del suo opposto, allora potremmo anche concordare che prendere un oggetto dalla relazione specificatamente maschile e ribaltarlo dovrebbe fare la stessa cosa. Un orinatoio si trova solo nei bagni dei maschi. Prenderlo e ribaltarlo lo fa diventare, da un oggetto che inghiotte liquidi ad uno che fa il contrario quindi una fontana. Una fonte. La forma che ne scaturisce, poi, bianca, di ceramica immacolata e fatta di linee morbide, fa pensare a riferimenti al femminile. La scritta, in più, R. Mutt si può leggere anche Mutt R.  ovvero “madre” .

Curiosità: l’originale non esiste più. Quelle che potete vedere sono delle copie realizzate da altri su autorizzazione dell’autore. Vittoria del concettuale anche in questo senso.

 

 Cerchio blu (Blauer Kreis), Wassily Kandinsky (1922)

Foto: https://www.wassilykandinsky.net/work-464.php

Quanto dirò riguarda tutte le opere di Kandinsky non solo questa. Vortici e campi cromatici senza riferimento oggettivo diretto. Nel suo famoso libro, “Lo spirituale nell’arte“, l’autore spiega molto bene il suo processo creativo. E lo fa in modo razionale, non si affida a vaghe questioni di istinto ma parla di un linguaggio fatto con un alfabeto semplice, ma potente: quello del punto, della linea e delle superfici cromatiche. Riuscire a liberare linee forme e colori dalla necessità di somigliare a qualcosa di riconoscibile vuol dire riconoscere che sono soggetti in se, che possono parlare di se e comporsi in mille e più modi stimolando i nostri sensi. L’autore fa l’esempio della musica, ma proviamo con la danza. I gesti nella nostra quotidianità sono un linguaggio codificato o semi-codificato. Salutare, nascondere il viso, chiudersi incrociando le braccia, mostrare il terzo dito. Ma nella danza i gesti sono liberi non vogliono somigliare a quelli quotidiani vogliono comporsi in armonia con la musica, con i sentimenti e con le emozioni. Non dicono, evocano. Le linee sono già piene di significato, linee ondulate e linee a zig zag raccontano sensazioni diverse. Colori squillanti e colori pastello sono messaggi diversi. Le linee e i colori, insieme alle forme sono le protagoniste dei quadri, non hanno bisogno di somigliare ad un cavallo per esprimere vigore o a un arcobaleno per comunicare gioia. Uno dei motivi potrebbe essere benissimo che il cavallo e l’arcobaleno ci comunicano vigore e gioia proprio perché sono fatti di certe forme e certi colori. Ovvero non sono le forme ad avere valore perché somigliano a oggetti, ma sono gli oggetti a comunicarci sensazioni perché fatti di certe forme e colori.

Conseguenze:

  • nasce l’astrattismo pittorico;
  • il significato non è univoco ma fluido;
  • l’artista cerca la sintesi non il barocchismo.

 

Blue Klein, Yves Klein (1960)

 

Da quando è stata studiata la psicologia della GESTALT abbiamo individuato un linguaggio che va oltre la cultura classica, parla direttamente ai nostri sensi e percezioni di base. Un quadrato ed un cerchio sono universalmente riconosciuti, uno come rigido e l’altro come dinamico. Il rosso ed il blu a loro volta suggeriscono opposte sensazioni, uno carnale e palpitante e l’altro astratto o metallico.  Nell’ottica di un artista che vuole raggiungere tutti questo modo di comunicare dovette sembrare più universale, multiculturale, una specie di esperanto delle immagini.

Yves Klein crede che un colore, da solo, possa infondere una sensazione all’osservatore e insieme a un chimico francese, Édouard Adam, creano in laboratorio un colore che sfida i confini percettivi, un blu che però non comunica freddezza come gli altri. Si tratta del Klein Blue chiamato così perché lo registra come invenzione originale.

La scelta, non solo di Klein, di dedicarsi ad una ricerca di estrema sintesi è radicale e totalizzante. Come lui anche altri come Fontana con i tagli, Marina Abramović con l’uso esclusivo del proprio corpo e Giuseppe Penone con gli alberi. Scelte forti e non commerciali. Il blu creato da lui diventa iconico, più recentemente anche Anish Kapoor ha acquisito la licenza esclusiva le Vantablack, un colore nero pressoché totale per la sua ricerca sul vuoto. Questo tipo di ricerche si potrebbero associare a quelle carriere scientifiche di certi ricercatori che dedicano la loro intera esistenza ad un singolo gene o ad una singola proteina. Piccole, microscopiche parti del tutto che potrebbero portare a grandi cambiamenti.

Conseguenze:

  • Il colore diventa oggetto in se;
  • L’attenzione non è più a ciò che è rappresentato, ma all’oggetto che ci si trova davanti
  • Il vuoto e l’assenza diventano percepibiliL’autore,
  • Fabio Folla. Illustratore, grafico e storyteller, nonché insegnante di Storia dell’Arte e Disegno, sperimentatore del web e libero pensatore per immagini. Conduce, presso la Scuola di Arti applicate del Castello Sforzesco di Milano, il Corso di Animazione Digitale, così come, per l’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano, in qualità di Docente Esterno, il Corso di Computer Game per il corso di Nuove tecnologie. Per conto di Enti e Cooperative Sociali, realizza, attraverso il videogioco, esperienze didattiche interattive. Ha partecipato a mostre collettive con opere visive e installazioni animate, gestisce pagine e gruppi social, collabora all’organizzazione di eventi culturali in ambito fumetto ed è presidente dell’Associazione Onlus L’AlberoCasa.

Qui la seconda parte dell’articolo

Foto di copertina: Angel Nava. Pablo Picasso, Guernica

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