I nuovi Mostri

Protagonisti della politica dell’Italia d’oggi
di Sergio Troiano
1. Lacchè
Sta tra i forti, ma è una persona debole. È senza qualità. Si riconosce dall’andatura. È girevole, come un girasole deforme che ha perso il senso del sole e ruota sempre verso chi detiene il potere del momento. È sempre a servizio di un capo, non importa se a comandarlo è un uomo, una donna o un cavallo.
C’è qualcosa di profondamente triste nel lacchè. Non è una persona sconfitta: ha scelto di non combattere, e ha fatto della vigliaccheria la sua filosofia di vita.
Dice di voler essere protagonista, ma preferisce stare a osservare.
La sua arma principale è dirsi d’accordo. Annuisce prima ancora di aver capito. Se il capo racconta una barzelletta, ride prima ancora che la battuta sia finita. Se gli dice di ballare, balla come un tricheco anche senza musica. Si indigna esattamente quando gli altri si indignano e si placa esattamente quando gli altri si placano. Ha affinato nei decenni una sensibilità straordinaria per l’aria che tira; sa adeguarsi con la precisione di un attore mediocre convinto di essere bravissimo.
Non ha opinioni proprie. Le prende in affitto da chi deve servire e le indossa per la durata del rapporto.
La sua non è una ipocrisia consapevole. È peggio. Cambia anima ogni volta che cambia padrone.
Il suo rapporto con la verità è subordinato al rapporto con l’utilità. Dice la verità quando conviene, tace quando è prudente tacere, mente quando è necessario mentire, ma sempre, sempre, in funzione di qualcun altro. Perfino le sue menzogne non sono sue: sono un servizio reso.
La sua lealtà — che spaccia come virtù, e che agli occhi dei superficiali può persino sembrare tale — è in realtà la forma più elaborata di egoismo: serve per non rischiare, per non esporsi, per restare sempre sul lato vincente senza mai battersi in prima persona.
Ciò che rende la persona lacchè letterariamente affascinante — e umanamente ripugnante — è la totale assenza di conflitto interiore. Non capita mai che si guardi allo specchio e si vergogni..
Non c’è un mattino in cui si svegli con il peso di ciò che ha ceduto. Un essere che si è alleggerito di sé così gradualmente, nel corso degli anni, che ormai nemmeno si accorge di essere niente. È un essere cavo. Come un tronco marcito.
2. Parassita
C’è una postura immediatamente riconoscibile nel politico mediocre, qualcosa che si avverte prima ancora che apra bocca, quell’aria compiaciuta di chi s’illude di essere davvero uno statista, mentre non è, ad essere generosi, che un volgare mestierante.
Come essere umano non serve. Ma, convinto di essere nato per essere servito, ha trovato nella politica l’ambiente perfetto per la sua vocazione: vivere di rendita sulle spalle di chi produce.
Ha capito presto, con l’unica forma di intelligenza che possiede – quella animale – che per campare di politica non è necessario essere capaci. È necessario sembrarlo abbastanza a lungo.
La sua mediocrità non è silenziosa. Pur di farsi notare spara sentenze e accusa a sproposito. Specialmente contro chi non può o non può più difendersi.Smentito dai fatti non si scusa, non abbassa il tono, semplicemente cambia bersaglio. E ogni volta ostenta una sicurezza che lo fa sembrare, almeno all’inizio, quasi convincente.
Parla con l’autorità di chi non dubita mai, e non dubita mai perché il dubbio richiede una complessità interiore che non ha mai coltivato. Le sue certezze sono vuote come colonne di cartone dipinto; reggono finché non le si tocca.
Il suo rapporto con le idee è singolare e rivelatore. Non ne produce di proprie, ma ha un fiuto infallibile per quelle degli altri: le individua, le preleva e se ne appropria senza imbarazzo, anche quando sono di pessimo gusto.
In pubblico si trasforma con una facilità inquietante, indossa l’opinione della gente comune con la stessa disinvoltura con cui indossa una felpa. Stringe mani con enfasi calcolata, bacia bambini con tempismo perfetto, brandisce un rosario alzando gli occhi al cielo.
Poi torna in macchina compiaciuto della performance.
È un attore mediocre che recita davanti a platee poco esigenti.
La sua vera natura emerge puntuale nei momenti di crisi, quando la realtà fa resistenza e il copione non basta più. Allora si vede la mancanza di sostanza sotto il gesto, il vuoto sotto la parola, il nulla sotto la maschera.
Non sopporta chi è più intelligente – e lo sono quasi tutti- e allontana queste persone sistematicamente, circondandosi di mediocrità compatibili che non lo facciano sentire inadeguato.
Non lascia opere. Lascia fotografie e video sui social. E quel vago senso di tristezza che si prova nel guardare un proprio simile privo di qualità umane.
Passerà, come passano tutte le cose inutili, senza lasciare traccia e senza essere rimpianto.
Sarà semplicemente dimenticato, che è la sola forma di giustizia che si addice a chi non è mai esistito davvero.
3.Imbonitore/imbonitrice
Conosce il segreto della credulità umana, e questo basta a rendere la persona pericolosa.
Non mentire mai del tutto è la sua più raffinata competenza politica. In pubblico dice cose che poggiano su frammenti di realtà: dati corretti, episodi verificabili, frasi autentiche sottratte al contesto e riconfezionate con sapienza. Non inventa i fatti. Li inclina.
Non dice mai ciò che pensa davvero. Non perché non abbia idee, ma perché ha imparato che in politica ciò che conta non è il pensiero, è il consenso. Perciò recita. Sceglie con cura gli argomenti su cui fermarsi e quelli da evitare, le indignazioni da esibire e i silenzi da coltivare. Sa che la menzogna efficace non è l’opposto della verità: è la sua regia.
C’è molto di artificioso nella sua spontaneità – ogni gesto è studiato, l’inclinazione del capo, il sopracciglio sollevato al momento opportuno, il sospiro strategico prima della frase che dovrà impressionare. La menzogna, per lei, non è uno strumento: è una postura. È il modo in cui abita lo spazio pubblico.
Si mostra sempre con un’espressione rassicurante, quasi genitoriale. Si offre come scudo contro minacce che contribuisce a definire. Indica un nemico, ne amplifica il contorno, poi si propone come l’unica figura capace di arginarlo.
Non vuole annoiare il suo pubblico parlando di cose complicate, vuole sedurlo, e conosce il mestiere. La manipolazione è un’arte antica, resa moderna dai video clip. La sua abilità maggiore non è mentire, ma occupare lo spazio morale. Si proclama vittima mentre esercita potere. Trasforma ogni critica in persecuzione, ogni verifica in attacco personale – spostando l’attenzione dal contenuto delle sue affermazioni all’intenzione di chi le contesta. Disinnesca il merito delle obiezioni e alimenta la fedeltà emotiva dei seguaci.
Si piace. Si considera un essere necessario, che il fine – la propria permanenza, la propria centralità – giustifichi qualunque torsione narrativa della realtà. L’onestà intellettuale non è una virtù che ha tradito: è un linguaggio che non ha mai imparato.
Ciò che è davvero nocivo non è il danno prodotto da ogni singola bugia, ma l’erosione lenta che provoca attorno a sé: abitua chi ascolta a considerare la verità una variabile soggettiva, un’opinione tra le altre. Non distrugge le istituzioni. Le svuota dall’interno, sostituendo la fiducia con la fedeltà.
Se qualcuno gliene chiede conto, non arrossisce. Sorride, inclina la testa, finge di noncapire. E ricomincia.
In copertina: locandina del film “I Nuovi Mostri”, Italia, 1977
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