Alcaraz e Sinner, lo sport che non ha bisogno di arbitri.

Redazione da Redazione2 min. tempo di lettura
Un articolo su “Il Napolista” a firma di Mario Piccirillo

Quello che segue è un abstract. L’articolo integrale si può leggere qui
I bambini. Questo è il momento in cui possiamo, dobbiamo, tirar fuori i bambini: il più trito e abusato trucchetto morale della retorica sportiva. L’esempio “da mostrare in tutte le scuole”, sempre a portata di mano per forzare il concetto. Ma sì: Sinner-Alcaraz, durata 5 ore e mezza, è una di quelle lezioni di vita (sport è riduttivo) che andrebbe inserita nei programmi ministeriali. Visione obbligatoria, tipo “cura Ludovico”. Ragazzi, questo è il fair play, questa è la correttezza, questa è l’onestà, questa è la compostezza. Sì, di tigna, di sacrificio, di abnegazione, di agonismo. Anche, certo. Ma oltre la prestazione sportiva – smodata, fuori scala – Sinner e Alcaraz hanno confezionato un capolavoro di integrità di cui forse è il caso di parlare.

Ecco, la finale tra Alcaraz e Sinner non è stata una partita “normale”. Non hanno solo lottato per cinque ore e mezzo senza mai perdere contegno – mai un gesto fuori posto, una parola lasciata andare, un cenno di acrimonia se non uno sbuffo qua e là. Si sono letteralmente arbitrati da soli. Come in un torneo di quarta categoria, ma senza le perversione dilettantesca del “furto” costante e reiterato che ai livelli più bassi di qualsiasi sport è un istinto incontrollabile.

Hanno assorbito le asperità dell’ultimo torneo al mondo che ancora usa l’essere umano per chiamare una palla dentro o fuori …. e hanno rilanciato: hanno fatto a meno dell’arbitro, Eva Asderaki. Quando la greca scendeva dalla sedia i due avevano già sentenziato, doveva solo vidimare. Tipo Cassazione, terzo grado di giudizio.

Sinner ed Alcaraz anticipavano ogni chiamata, toglievano l’impaccio. No grazie, come se avessimo accettato. Concedendo all’avversario un 15 in situazioni di punteggio decisive, con una nonchalance quasi incomprensibile.

Erano a inizio secondo set, Sinner serve una seconda forte al centro sul 40-40, la palla è chiamata out dal giudice di linea. Alcaraz sarebbe andato a palla-break, ma si avvicina e dopo aver guardato il segno concede il punto all’avversario. Era sotto di un set, e avrebbe potuto approfittare di una chiamata sbagliata. Macché.

In un’altra situazione, quando Asderaki va a controllare il segno di una palla buona chiamata out, e sentenzia “Jannik, is good”, Sinner si è già voltato, è già andato via, ha già dato il punto ad Alcaraz. A quel punto cosa avrebbe dovuto fare l’arbitro? Ribaltare tutto? “Jannik, dove vai? Guarda che la palla è fuori davvero!”.

E torniamo a usare i bambini. Sinner e Alcaraz hanno ontologicamente tradotto “sport” in tutte le sue accezioni possibili. E non l’hanno fatto come atto dimostrativo, un’esibizione. Hanno fabbricato una prova di forza vicendevole dentro un recinto sovrumano di irreprensibilità e rettitudine, come se quello fosse l’unico binario comportamentale possibile. Senza eccezioni, alibi, deroghe.

Bambini: questo è lo sport, puro e semplice. “Semplice” è la parola chiave di questa lezione definitiva.

Foto: un momento della partita Alcaraz Sinner, Roland Garros, 8 giugno 2025

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